giovedì 23 febbraio 2017

Sviluppare la creatività

"La creatività è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, mentre la creatività abbraccia il mondo stimolando il progresso e dando impulso al futuro." (Albert Einstein)


Essere aperti alle TIC non vuol dire abbandonare tutto quello che non ha a che fare con esse. Avere in classe dei nativi digitali, non vuol dire che il centro di tutto debba necessariamente essere il digitale. Anzi, non sempre questi strumenti possono soddisfare i bisogni dei nostri studenti, perché non tutti sono inclini al loro utilizzo. Durante la mia esperienza di insegnante ho incontrato molti alunni e se per alcuni usare software e app (Prezi, Minecraft, Power Point, iMovie, ecc...) é un momento di espressione delle loro passioni; per altri lo é la possibilità di costruire, ritagliare, incollare e colorare. Non a caso siamo esseri unici ed irripetibili e proprio per questo avere padronanza di entrambe le sfere (ambito tecnologico e tradizionale) potrà aiutare i nostri studenti a crescere, imparare, migliorare. 


In un anno scolastico le ore di lezione frontale destinate all'IRC sono poche se si considera il lavoro che si potrebbe fare con e per gli studenti. Questo impone ai docenti di ripensare il tempo in classe per cercare di ottimizzarlo. Per questo motivo, ad esempio, una parte della UDA legate allo studio della religione ebraica é stata svolta attraverso integrando al lavoro in classe quello a casa. Cerco di fare un riassunto sull'attività proposta, o almeno ci provo.


Fase 1. Introduzione all'ebraismo e alla cultura ebraica (in classe).
Fase 2. Ricercare su uno degli episodi dei Simpson dedicati (es. oggi sono un clown) termini, luoghi di culto e festività legate all'ebraismo (in classe).


Fase 3. In classe gli studenti, divisi in gruppi da 2/3 persone, ricevono lo schema della struttura di culto da approfondire (sinagoga o tempio di Gerusalemme a loro discrezione) e vengono stabilite le tempistiche di consegna.


Durante il lavoro a casa gli alunni dovranno:
A. Ricercare informazioni storiche, religiose e tecniche sui luoghi di culto.
B. Ricostruire la struttura secondo le proprie attitudini (lego, materiali da riciclo, minecraft, ecc...) e rispettando le regole proprie della Religione (ebraica in questo caso) circa strutture, suppellettili, ecc...
C. Preparare l'esposizione orale e saper rispondere ad eventuali domande del docente e dei compagni.
Fase 4. Presentazione del lavoro (modellino reale o digitale. Esposizione in classe.
Spero di essere stato esaustivo!
Prof. RH Plus

lunedì 23 gennaio 2017

IL COLORE DEL GRANO

Ci sono sette miliardi di persone al mondo, ma solo alcune sono quelle per le quali vale la pena soffermarsi: chinarsi sulla loro vita.
Nel capitolo XXI de' "Il Piccolo Principe" la volpe chiede al nostro piccolo protagonista di essere "addomesticata" e gli spiega che con questo termine si intende la creazione di legami.
Creare legami con qualcuno, infatti, vuol dire comprendere che la nostra diversità può essere superata solo entrando in contatto, stabilendo dei riti, prendendosi cura, giorno dopo giorno, di chi si ha a cuore. Solo in questo modo una persona potrà diventare speciale per l'altra. 
Ecco allora che anche le sfumature più sottili, più insignificanti giorno dopo giorno possono diventare ricche di rimandi, di sensazioni, così come il colore del grano dapprima insignificante per la volpe, giorno dopo giorno diventa il dolce ricordo del colore dei capelli del suo Piccolo Principe.
Allo stesso modo, ad esempio, di una canzone che fino a ieri ascoltavo senza che mi lasciasse nulla e che improvvisamente diventa emozionante, quasi viva. Un tutt’uno con il ricordo a cui la legavo...


E se poi quel ricordo diventa un macigno, un turbamento, qualcosa di cui vi chiedete se non era meglio farne a meno poco importa. Se un giorno di fronte alla sofferenza della fine di un amore o di un'amicizia vi chiederete "cosa ho guadagnato?" la volpe vi darà la giusta risposta: “il colore del grano”. Gli attimi di felicità in cui lo sguardo di quella persona vi ha fatto sentire meno soli al mondo. Alcuni la chiamano felicità, ma voi datele il nome che volete. L'emozione che avete provato e i ricordi che vi legano al passato saranno sempre vostri e li porterete sempre nei vostri cuori.


Questo argomento ci ha portato a riflettere. Dall'aula al web vogliamo condividere alcune domande che ci siamo posti. Eccole:
1. Quando ho addomesticato qualcuno e mi sono lasciato/a addomesticare?
2. Quando e quanto l'amicizia o l'amore hanno portato sofferenza nella mia vita?
3. Nonostante la fine di una relazione di amicizia o d'amore ho guadagnato "il colore del grano"?
4. Cosa vuol dire per me la frase: "l'essenziale é invisibile agli occhi"? Perché non si vede bene se non con il cuore?
Riflettete nel silenzio dei vostri cuori, lì dove nascono i sogni.
Buona giornata!
Prof. RH Plus
#lepetitprince

sabato 21 gennaio 2017

Il senso dei nostri perché


Perché l’istruzione femminile è così importante? Perché ne parlo in classe con i miei studenti?

Ecco alcuni motivi:

1. Perché istruire significa fornire alla persona gli strumenti necessari per sviluppare le proprie qualità e capacità per vivere dignitosamente e in modo attivo nella società.

2. Perché sfortunatamente, secondo gli ultimi dati dell’UNESCO, ancora oggi 774 milioni di adulti non sono in grado di leggere o scrivere e di questi due terzi sono donne.

3. Perché Le conseguenze dell’analfabetismo femminile sono rilevanti. La donna analfabeta, infatti, è vittima di gravi forme di ingiustizia. In alcuni paesi, ad esempio, nell'ambito familiare è costretta ad una subordinazione totale, alla sua famiglia prima e a suo marito poi. Relegata a svolgere le faccende domestiche e alla cura dei figli, svolge un lavoro spossante e non retribuito.



4. Perché numerosi sono gli esempi che mostrano come l’istruzione femminile dia la possibilità alle donne di diventare protagoniste della propria vita, migliorando sia la condizione delle proprie famiglie sia quella della società.

5. Perché l'istruzione delle bambine apre la strada all’educazione a delle future donne che, una volta cresciute, diventeranno madri propense a mandare i propri figli a scuola.



6. Perché l’educazione femminile è uno dei mezzi per creare una società equa, tollerante e in cui le responsabilità sono condivise.

7. Perché ogni religione, nella propria manifestazione più vera e non fanatica, considera l'uomo e la donna come esseri unici ed irripetibili.

8. Perché bisogna comprendere che le discriminazioni verso le donne sono legate alle culture e alle tradizioni di alcuni popoli e che la religione viene usata per giustificarle.

9. Perché le discriminazioni verso le donne sono alimentate dal fanatismo religioso e dall'ignoranza.

10. Perché i miei studenti di oggi saranno gli adulti di domani.



Potrei continuare, ma mi fermo qui.

Prof. RH Plus

giovedì 19 gennaio 2017

Da cuore a cuore. Fiaba di una sognatrice divenuta realtà


Cari “bimbi e bimbe” (come dicono i toscani per chiamare gente fino forse ai 40 anni)…o ancor più bello sarebbe dire C’ERA UNA VOLTA. Vi racconto una favola.
C’era una volta una ragazza, anzi prima una bambina, poi una fanciulla, piena di sogni, di speranze, di fantasie. Il primo mestiere che voleva fare da grande era l’insegnante, infatti costringeva il nonno a giocare con lei ricoprendo il ruolo dell’alunno. Erano gli anni delle scuole elementari.
Passò poi alle medie. Già li i sogni cambiavano, iniziava ad immaginarsi più come un avvocato, forse influenzata da ciò che non era probabilmente lei a desiderare quanto chi le stava intorno, come il suo papà.
Finite le medie eccola al passo successivo, il liceo. Non fu tanto quello ad influire sui sogni della fanciulla, furono invece le esperienze di vita vissute, il suo scoprirsi e guardarsi dentro, il suo avvertire che aiutare gli altri, donando amore e sorrisi gratuitamente, beh forse era quello che voleva fare nel suo futuro, bisognava solo capire come.
Una cosa, intanto, era certa: non avrebbe potuto fare un lavoro da burocrate, ma un lavoro di quelli che l’avrebbe tenuta a contatto con la gente. 
Gli anni del liceo passano velocemente, vero? Si, passano e improvvisamente ci si ritrova lì, tra la consapevolezza (anche se ancora un po’ traballante) di ciò che si è e ciò che si vuole e la paura del decidere del proprio futuro, senza qualcuno che possa decidere al nostro posto. Forse è il primo momento in cui avvertiamo di esser diventati GRANDI ( e vorremmo improvvisamente regredire).
Successe così anche alla nostra protagonista della favola, la quale iniziò a pensare che forse far il medico era ciò che avrebbe voluto per il suo futuro. Ma non era così semplice seguire questo sogno. Medicina è una strada lunga, impegnativa, c’è un test di ingresso da superare e poi un altro ancora per la specialistica.


Il nonno, poi, le diceva sempre che per fare il medico bisognava esser figli di medici, e lei non lo era. In giro si diceva che per entrare in medicina dovevi avere “la raccomandazione”,  altrimenti al 99% eri fuori. E lei la raccomandazione non la voleva.
Arrivò l’esame di stato, quello che dicono sia la prima di una serie di lunghe prove di vita. 
Ho studiato 5 anni con la passione e l’amore di chi fa qualcosa perché le piace, ma qualcuno, a quell’esame pensò bene che era il momento per dimostrarmi che nella vita non sempre la meritocrazia ripaga. E non era il numero il problema credetemi, non era l’88 finale a non andar giù, erano state le ingiustizie e la cattiveria gratuita a far più male.
Ma non mi fermò quell’88. Dopo una settimana dagli esami di stato cominciai a studiare per il test di medicina, con un po’, anzi tanto, amaro in bocca, ma con una forza il doppio di prima. Volevo raggiungere i miei obiettivi, così da dimostrare a quella persona che non mi aveva fermata, anzi.
Ma non è come quando vuoi un giocattolo e la mamma te lo compra, non è come quando da piccolo sai che i genitori ti rendono l’impossibile possibile.


Arriva settembre e dopo un’intera estate passata a studiare non riesco a superare il test di medicina. Altra botta, solo dopo qualche mese.
Inizio biotecnologie, provo a dirmi che forse avevo sognato troppo, che forse non era medicina la mia strada, che era un segno perché magari non ne sarei stata all’altezza, che la vita mi aveva riservato altro. Ma no, mi dispiace dirlo, ma quel laboratorio mi faceva morire dentro. Cerco di dare qualche esame che mi avrebbero convalidato per medicina l’anno successivo, passano mesi bui, tristi, di rabbia e delusione. Ma non mollo. Torna settembre e riprovo il test, ma non solo. Bisognava trovare ancora un’altra alternativa alla successiva eventuale delusione. Così decisi di provare anche un test di professioni sanitarie, a Pisa. Medicina fuori, professioni sanitarie dentro.


Ed ora: lasciare casa e provare a cercare qualcosa che mi avrebbe soddisfatto di più o rimanere lì, accontentarmi di continuare in quella triste infelicità e magari poi riprovare medicina ancora l’anno successivo? 
Per mio padre professioni sanitarie era però un po’ troppo “in basso” nella sua graduatoria sociale, e forse chissà, dopo, sarei solo stata una disoccupata, a parer suo. 
Ma era e rimaneva il suo parere. Decisi di fare le valigie e partire. Nuova avventura, nuovi colleghi, nuova città. Ricominciamo.
Mi innamorai di quella facoltà, di ciò che studiavo e facevo, perdutamente. Tuttavia, durante il tirocinio in ospedale, ogni tanto sentivo quella vocina dentro che mi diceva: “Ma davvero vuoi fermarti? Davvero a vederli questi medici non ti vien voglia di riprovare? Davvero non ci pensi più al test?” Forse quelle mattinate in ospedale erano state provvidenziali, quelle esperienze stavano li a risvegliare quel sogno che a fatica, per rabbia ed orgoglio, delusione e amarezza, volevo chiudere nel cassetto, rinunciando e pensando che quella felicità lì mi sarebbe bastata. Ma non era così. Non mi bastava, ma non per il desiderio di futuri stipendi elevati o  chissà che privilegi, ma solo perché la mia sete di sapere non si era ancora fermata. Aveva bisogno di altro.
Quell’anno la data del test fu esattamente il giorno del mio compleanno. Andai solo per questo motivo, sotto insistenza di molti che mi dicevano di riprovare, per l’ultima volta, vista l’importanza di quella data.


Entrai in medicina. I sacrifici, i pianti, la rabbia, quei due anni vissuti nell’ombra e nei dubbi, vissuti nell’attesa che qualcosa di bello potesse accadere, beh erano stati ripagati. E dovevo ringraziare solo una cosa: la mia testardaggine. 
Si ragazzi, perché non è solo importante studiare ed essere dei geni, per realizzare i propri sogni ci vuole TESTARDAGGINE, testardaggine e CORAGGIO
La testardaggine per non mollare la presa, il coraggio per superare le paure.
Da quando son nata ho vissuto in una realtà nella quale vigeva la rassegnazione e la passività, del tipo: IL MONDO è SEMPRE STATO COSì, DEVI ADEGUARTI. Mio padre me l’ha sempre ripetuto, così come mia madre e mille altri, accusandomi di essere solo una piccola incosciente illusa e infantile sognatrice.
Intanto son qui, a studiare per ciò che voglio, al fine di realizzare il sogno di alzarmi al mattino, andare in corsia e avvertire l’amore della gente e sentire le loro storie, prendendomi cura di anime e cuori e non di cartelle cliniche!
Non è stato facile ricominciare per l’ennesima volta.
Ma se voi aiutate i sogni, i sogni aiutano voi.


La vita così decise di farmi conoscere la mia vera salvezza, coloro che mi avrebbero aiutato a non perdere il mio entusiasmo ma a rendermi ancor più felice e sicura della mia scelta, perché se non l’avessi fatta non avrei conosciuto loro. 
I miei meravigliosi compagni di sogni sono i membri di un’associazione di studenti di medicina, il SISM (cercate su internet e scoprirete tutto ciò che facciamo). Il nostro motto è : SII IL CAMBIAMENTO CHE VUOI VEDERE NEL MONDO.


Beh bimbi, con loro ho capito che non sono scema, non sono la pecora nera, non solo la sola e unica sognatrice. Anche loro sognano come me, si emozionano come me, vivono la vita non planando in modo superficiale, ma assaporando il senso profondo delle piccole cose, credono in dei valori come l’onestà, la giustizia, l’uguaglianza dei diritti.
Quando sto con loro mi sento bene, al posto giusto.
Insieme elaboriamo sogni megagiganti.
Il mondo di oggi non sta con i sognatori, ne sono consapevole, vuole abbatterli. Vuole gente che prenda delle lauree che fanno comodo al sistema, vuole gente che non si chieda il perché ma che si lasci plasmare dalle pubblicità e dagli oratori, vuole un mondo dove gli istinti, le inclinazioni, le passioni finiscano alla mercè dell’economia e della politica e della stupidità di chi vuol comandare.


Se vi ho scritto è per dirvi di non smettere mai di essere fabbriche di sogni e artefici del vostro destino, di non lasciarvi abbattere dalla massa, dalla rassegnazione e dal negativismo che ci circonda in questo periodo storico. I sognatori in realtà siamo tanti, ma siamo sparsi e offuscati dai “razionali rassegnati passivi“. Ma se ci facciamo spazio, se proviamo a trovarci, potremmo colonizzare il mondo intero di sogni che diventano realtà, di gente felice che crede in qualcosa e cerca di realizzarla.
La vita si vive una volta sola, almeno quella terrena. Non saprete se avrete mai, in altre vite, un’altra occasione per far ciò che volete fare adesso, per diventare ciò che desiderate. 
Allora buttatevi, vivete, sognate e fate sognare, diffondete entusiasmo e positività.
Nessuno potrà darci la certezza che tutto andrà bene, non esistono cartelli stradali che indichino la strada più o meno giusta, la risposta è solo dentro di voi, ASCOLTATEVI
Se crederete nei vostri sogni, non ci sarà uragano che potrà abbattervi. Se un giorno sarete ciò che avete tanto desiderato potrete donare al mondo il meglio di voi stessi. 
Non vivete una vita da inetti. Non assaporerete mai quella strana felicità data da un sogno avverato, quell’entusiasmo di chi sogna durante il giorno e non solo la notte. Vivrete lo stesso si, ma come se viveste una vita che non vi appartiene e non vi rispecchia, con un senso di insoddisfazione perenne e col dubbio di dire “Beh, forse ce l’avrei fatta, forse quel sogno non era poi così impossibile da realizzare”.


BUONA FORTUNA SOGNATORI e perdonatemi per il mio esser stata prolissa e poco formale e probabilmente poco corretta nella sintassi! Ho scritto di cuore.

Maria Grazia, Mari.G, @ciccia.banana (nome instangram) o Strampallò (nome clown)
I sognatori possono avere tutti i nomi che sognano..

mercoledì 18 gennaio 2017

DOCENS DESIGNER. INSEGNARE RELIGIONE NEL XXI SECOLO


Nel XXI secolo di cosa ha bisogno la scuola per far crescere cittadini critici, formati e consapevoli? La risposta più ovvia dovrebbe essere: infrastrutture, mezzi, riforme strutturali e docenti formati.
É indubbio, infatti, che un cambiamento stia attraversando tutta la società e la scuola, ma a mutare molto velocemente è il modo stesso di apprendere da parte delle giovani generazioni. E noi docenti cosa possiamo fare per gestire questo cambiamento? Quali strategie possiamo attuare per rispondere alle esigenze dei "nostri" ragazzi? Quali ricadute didattico - formative hanno queste mutazioni?
É partendo da queste domande che si possono sviluppare le dovute riflessioni.


RIPENSARE LA DIDATTICA
Per poter comprendere il cambiamento in atto bisogna innanzitutto essere consapevoli che per poter svolgere al meglio il nostro lavoro di insegnanti c'è un estremo bisogno di rivedere il nostro modo di intendere e progettare le lezioni.  La capacità, insomma, di vedere nel nostro lavoro un percorso progettuale che sappia tenere conto degli studenti e dei loro bisogni e dei nuovi mezzi a nostra disposizione.
Tutto questo ad una prima riflessione può apparire scontato, ma non lo è.
Oggi, ad esempio, molti docenti (anche quelli con più anni di servizio) iniziano ad approcciarsi alle nuove tecnologie, ma senza sentirsene del tutto "padroni". Questo, però, non permette loro di pensare delle lezioni con l'utilizzo delle TIC, proprio perché nella stragrande maggioranza dei casi non c'è alle spalle una formazione di base che li abbia aiutati a concepire delle lezioni aperte a questi nuovi mezzi. Da qui deriva il fatto che, non riuscendo a coniugare l'ambito tecnologico e quello didattico, le lezioni restino sempre legate al rassicurante e lineare sistema del libro. Leggo, sottolineo, imparo, ripeto.  Un metodo, quindi, legato alla tradizione.
Una visione, quest'ultima, che se da un lato agevola il lavoro dell'insegnante, dall'altro non aiuta lo studente di oggi non più abituato a costruire il proprio pensiero partendo dal "profumo" della carta del libro come la stragrande maggioranza di noi ha fatto nel corso della propria carriera scolastica.
Molti docenti che oggi utilizzano le nuove tecnologie, poi, si sono formati per lo più da soli sperimentando in classe le novità che negli ultimi anni il panorama tecnologico ha offerto loro, ma senza una vera e propria progettualità alla base. Con questo Non si vogliono togliere i meriti a chi (me compreso) si é avventurato, per passione, in queste sperimentazioni, ma tutto ciò fa emergere uno scenario ancora troppo poco coerente e lungimirante. Se vogliamo davvero riflettere sul cambiamento e trovare delle soluzioni didattiche, è necessario cominciare a concepire il nostro lavoro come una progettazione continua che comprenda tutti i materiali a nostra disposizione e poi riuscire ad utilizzarli al meglio. Ce lo chiedono i nostri studenti, ma soprattutto lo dobbiamo al motivo principale per cui svolgiamo questo lavoro: la passione per le nuove generazioni.
É proprio partendo dai nostri studenti che questo cambiamento può essere attuato, solo se il docente sarà capace di indirizzare e moderare la creatività di ciascuno di loro per tramutarla in competenze spendibili nella vita di ogni giorno.


IL DOCENTE COME "DESIGNER DIDATTICO"
In questo scenario il ruolo dell'insegnante é indubbio che debba essere ripensato. Risulterebbe anacronistico, infatti, guardare al nostro ruolo di docenti come veniva compreso trent'anni fa o restando ancorati al ricordo della forma e della sostanza che, da dietro i banchi di scuola, i nostri insegnanti ci hanno trasmesso.
É per tali ragioni che in questo contesto entra in gioco un nuovo modo di concepire il docente: il "Designer Didattico".  Non uso questa espressione, tratta dal mondo anglosassone, perché oggi gli anglicismi vanno di moda, ma per il suo significato intrinseco. In particolare il “designer didattico”  deve essere colui che, nel progettare le proprie lezioni, sia in grado di: costruire percorsi ad hoc, attuare metodologie didattiche attive, valorizzare la valutazione autentica. 
Chi deve essere il Designer Didattico? É questa la domanda da cui partire al fine di delinearne le caratteristiche e le competenze. Per questa ragione cercherò di tracciare un profilo sintetico:
In primo luogo deve essere un docente in grado di costruire percorsi, multimediali e non, che siano diversificati in base a degli obiettivi ben precisi e alle esigenze dei propri studenti. É in grado inoltre di valutare di volta in volta l’opportunità di utilizzare strumenti didattici tradizionali o multimediali, nella convinzione che la tecnologia in sé non sia la sola soluzione alle nuove sfide didattiche che gli si pongono di fronte.
In secondo luogo, il Designer Didattico deve saper reperire online e condividere gli strumenti opportuni per costruire percorsi di didattica attiva ed esperienziale, con particolare riferimento alla metodologia dello storytelling (digital e non), del problem solving, della content curation e della peer to peer education.
Infine, il docente deve saper progettare ed attuare percorsi formativi che prevedano sempre una valutazione autentica a fine percorso (o anche in itinere) il più possibile condivisa e discussa con gli allievi.


PERCHÉ PARLARE DI DESIGN DIDATTICO ANCHE PER L'IRC?
L'IRC si colloca “nel quadro delle finalità della scuola”. Questa disciplina, quindi, essendo in linea con le finalità e i metodi della scuola italiana deve dare il proprio contributo per aiutare le nuove generazioni a crescere affinché diventino cittadini critici, completi e consapevoli in un mondo in continuo mutamento. E l'insegnante di Religione, in questo contesto, dovrebbe far proprie le caratteristiche tipiche del Designer DidatticoA prescindere dal numero ancora elevato di studenti che scelgono di frequentare l'ora di Religione (circa l’88% secondo la Quarta indagine nazionale sull’insegnamento della religione nella scuola italiana a trent’anni dalla revisione del Concordato, a cura di Sergio Cicatelli e Guglielmo Malizia, Elledici, Torino 2016.), l'insegnante non è esentato dall'aggiornarsi continuamente e dal provare strade sempre nuove. 
Oggi grazie alle risorse presenti in rete tutti i docenti, IRC compresi, possono dedicarsi di più alla progettazione delle attività e meno dell’ambiente di apprendimento. In questo senso siti come Prezi o Powntoon sono molto significativi, ma se ne potrebbero citare altri (specifici della disciplina) altrettanto ben strutturati che offrono ottimi spunti didattici.
In secondo luogo, ci sono applicazioni didattiche, per smartphone e tablet, che possono aiutare a sviluppare specifiche competenze. Sarà quindi compito dell'insegnante conoscere a fondo le potenzialità di tali ambienti di lavoro, sperimentarli ed utilizzarli al fine di sviluppare competenze nei propri studenti.
In questo panorama non vanno trascurati quegli ambienti di lavoro online capaci di stimolare aspetti che la didattica tradizionale non riesce a superare come, ad esempio la “content curation” ossia la “cura dei contenuti”. Con questa espressione, oggi, in ambito educativo, si intende la capacità di reperire e selezionare dei contenuti inerenti un tema specifico. Non sempre, quindi, la dinamica della "produzione” di contenuti può portare a dei risultati negli studenti, perché anche se in apparenza può sembrare semplice, la content curation richiede una buona conoscenza dei motori di ricerca, dei social network, del modo in cui le notizie si moltiplicano in rete e una padronanza di ambienti online capaci di strutturare in modo ordinato e coerente le notizie reperite. Sarebbe consigliabile, quindi, che entrambi gli aspetti venissero presi in considerazione.


WE CAN CHANGE 

In conclusione, ogni docente oggi è chiamato ad una svolta nel modo di concepire questa "arte" e gli insegnanti di Religione non sono esenti da questa dinamica di cambiamento. Come abbiamo visto, diventa sempre più fondamentale per ogni docente saper progettare e “disegnare” attività didattiche che possano "rivoluzionare" il modo di fare scuola introducendo nelle nostre aule non solo nuove tecnologie, ma anche nuove metodologie di lavoro che aiutino gli studenti ad apprendere meglio secondo le loro attitudini.

Restare ancorati al lavoro tradizionale non é bandito, anzi. Bisogna però guardare con una prospettiva nuova all'educazione e all'istruzione che nel presente consideri il passato per progettare il futuro.


Il futuro dei nostri ragazzi che ci chiedono di aiutarli a crescere in modalità più vicine alle loro capacità e al loro vissuto. Non considerare anche questo aspetto renderebbe l'istruzione e l'educazione autoreferenziali.

L'arte di essere insegnanti vuol dire anche questo: essere specchio che riflette la luce di un'anima bellissima e immortale, quella di ogni nostro studente e studentessa.

Prof. RH Plus