domenica 12 novembre 2017

Esperienze dal Mediterraneo



C’è stato un tempo in cui ho toccato con mano l’esperienza di uomini e donne che sfidando il mare e la sorte hanno continuato a credere in un futuro migliore lontano da guerre, carestie e miseria.
Gente che in mezzo al Mediterraneo ha avuto paura di non farcela. Paura di morire come molti altri compagni di viaggio gettati in mare dagli scafisti.
Storie che ti fanno guardare il mondo da una prospettiva diversa. Immagini, suoni, emozioni che lasciano il segno. Racconti da un mondo che non sembra quello in cui sei cresciuto.



Scene di vita di tutti i giorni al centro di accoglienza. Gioia nei momenti ricreativi, durante le lezioni di italiano o tirando calci ad un pallone. Dolore come quando arriva una telefonata da Mogadiscio (Somalia) e annuncia una bomba caduta sulla casa di un ragazzo in cui sono morti tutti.
Luce ed ombra, inferno e paradiso. Un susseguirsi di emozioni che volente o nolente ti cambi la vita.
Prof. RH Plus 

sabato 11 novembre 2017

Prof.RHPlus - Tutto attaccato con un punto in mezzo

Tutte le volte che ci incontriamo chiedi sempre il mio “vero” nome, Angelo. Invece RH Plus, il nome strano, proprio non lo ricordi. Così oggi ho deciso di rivelare a te, e a chi mi segue, da cosa è nato. Lo faccio per la prima volta.
Parto con una piccola premessa. Il nome, come accade in molte famiglie siciliane, l’ho ereditato da mio nonno paterno. E se è vero che il nome di ognuno nasconde una premessa di futuro con me, credo, non si siano sbagliati: messaggero di un annuncio importante. Essere insegnanti penso significhi anche questo.
Prof.RH Plus, invece, nasce per caso o per fortuna, dipende dai punti di vista.

Tutto ha inizio 4 anni fa. Un ragazzino, figlio di due miei cari amici, cominciò (senza essere mio studente) a leggere il mio blog, Religion Hour, con interesse.
Un giorno andai a casa di questi miei amici. Senza darmi il tempo di togliere il giubbotto, mi guardò e disse: “Dovresti farti chiamare ‘Erre Acca’ Positivo. Uno pseudonimo che racchiude chi sei e cosa scrivi. Religion Hour Positivo sarebbe troppo lungo, meglio allora prof. RH Plus. Cosa ne pensi?”. Risposi che ci avrei pensato. Non mi piaceva proprio quel RH seguito da un +. Chiamarmi tipo un gruppo sanguigno non mi esaltava. Così gli promisi che se mai avessi scelto quel nome lo avrebbe letto sul blog. 
Non molto tempo dopo questo ragazzino si ammalò gravemente. Un tumore cattivo rischiava di portarselo via. Così decisi che se fosse guarito sul blog e su ogni social mi sarei firmato con il nome di prof.RHPlus.

Nei momenti bui ho pregato il cielo di poterlo usare quel nome. Ho sperato anche quando sembrava che non ci fosse più nulla da fare. Lo avrei modificato all’anagrafe se la mia promessa fosse servita a salvare quella vita. All’improvviso il miracolo: completamente guarito.
Oggi grazie a Dio quel nome è il mio. 
I miei genitori mi hanno chiamato Angelo. La vita che è tornata a scorrere con tutta la sua potente bellezza, invece, mi ha dato un nome strano. Prof.RHPlus, tutto attaccato e con un solo punto in mezzo. Quello tra la fine di una storia e l’inizio di un’altra tutta da scrivere.

Prof.RHPlus
(Angelo Bertolone)

mercoledì 8 novembre 2017

LA PAROLA CHE RENDE LIBERI

Da dove nasce il mio impegno antimafia? Partiamo da un presupposto: sono innamorato di una terra bellissima, delle sue tradizioni e della sua storia. La stessa che mi ha cresciuto e, mio malgrado, non mi ha visto diventare uomo.



La mia coscienza antimafia, se proprio così vogliamo chiamarla, ha radici profonde. Per prima cosa vengo da una famiglia che mi ha trasmesso la cultura del lavoro e dell’onestà. Mio padre è stato ed è il mio esempio più grande. Credo però che il rifiuto verso l’arroganza, la violenza e l’omertà nasca da un episodio risalente al tempo in cui frequentavo la prima media. Penso che sia stata quell’esperienza a far partire la scintilla che ha acceso in me la necessità di non omologarmi a quel modo di pensare e agire.
Un giorno come tanti chiedo al mio professore di matematica di andare in bagno e il mio compagno di banco mi chiede di riempirgli la bottiglietta con dell’acqua. Esco dalla classe e percorro il corridoio. Nelle altre classi si sentivano da lontano i brusii e le urla tipiche delle lezioni. Non c’era nessuno in corridoio, neanche i due ragazzi più grandi che terrorizzavano noi più piccoli. Sedicenni con già alle spalle guai con la giustizia. Pensavo di averla scampata e invece mi sbagliavo. Infatti, mentre riempivo la bottiglietta mi urtano alle spalle. Tremavo per la paura. All’improvviso uno dei due mi toglie la bottiglia dalle mani e chiede di chi fosse. Rispondo che non era mia, ma del mio compagno di banco. Per tutta risposta sputano dentro, finiscono di riempirla e mi dicono di fargli bere quell’acqua e che se lo avessi detto a lui o al docente mi avrebbero “scassatu di cuorpi”, un modo poco elegante per dirmi che le avrei prese di brutto.


Nel tragitto dal bagno alla classe ero combattuto sul da farsi. Restare in silenzio, far bere quell’acqua al mio compagno e non rischiare di essere picchiato oppure dire tutto al mio professore e andare incontro alla possibilità di prenderle. Così arrivato davanti alla porta della classe optai per la seconda ipotesi. Capii che se mi fossi piegato una volta loro avrebbero continuato. Perciò andai dritto dal professore e dissi tutto. Lui, un uomo alto due metri e largo altrettanto, diede un pugno sulla cattedra. Si alzò, sistemò gli occhiali e si diresse alla porta. Lentamente, ma con il passo deciso di chi non sopporta le ingiustizie verso i più deboli ed è pronto a difenderli. Il cuore cominciò a battermi forte in petto, ma ero sicuro di quello che avevo fatto. Non ero stato zitto e avevo chiesto aiuto all'unica persona che in quel momento avrebbe potuto aiutarmi.
Il professore mi chiese di seguirlo e chiamò i due ancora sghignazzanti per quello che immaginavano stesse succedendo dall’altra parte della porta. Non si aspettavano quell’imprevisto.
L’insegnante chiese cosa avessero da ridere e loro risposero che ridevano per conto loro. Il professore si voltò verso di me e mi chiese: “chi ha sputato nella bottiglietta?” Con il cuore in gola puntai il dito verso i due ragazzi e guardandoli negli occhi dissi: “loro!” Entrambi, d’istinto, si scagliarono urlando contro di me ma il professore si frappose tra noi e disse loro che se avessero provato a torcermi anche solo un capello, dentro o fuori dalla scuola, se la sarebbero vista con lui. Da quel giorno smisero di importunarmi. Cominciarono a terrorizzare qualcun altro dei miei coetanei, poi per raggiunti limiti di età (e di bocciature) non misero più piede nella scuola.


Quel giorno come tanti altri alla scuola media imparai cosa vuol dire camminare a testa alta di fronte ai prepotenti. Capii che il silenzio che nasce dalla paura mi avrebbe reso “complice”. Sarei stato succube di quella omertà che fa sentire potenti e impuniti uomini che con la forza pretendono il rispetto. La paura, però, non genera rispetto ma sudditanza. La stessa che ha permesso alla mafia di imporre la propria egemonia sulla mia terra. La connivenza, a più livelli, che rende gli uomini più schiavi e meno liberi. Il silenzio colpevole dell’ignavo che ha scelto di non scegliere.
Quel giorno di tanti anni fa scelsi di scegliere. Quel giorno acquistai quella parola che rende davvero liberi, la verità
Prof. RH Plus 

mercoledì 25 ottobre 2017

La situazione sociale della donna al tempo di Gesù

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La società ebraica aveva una struttura patriarcale: l’uomo era signore e padrone della casa.


Sotto l’aspetto giuridico la donna aveva molteplici svantaggi. Come in genere nell'Oriente antico, essa non poteva:

A) partecipare alla vita pubblica;
B) avere parte attiva al culto
C) essere citata come testimone in tribunale.

Al Tempio le donne non potevano oltrepassare l'atrio loro riservato.
Quando, poi, usciva di casa doveva avere il viso coperto da un'acconciatura che comprendeva:

A) due veli sul capo;
B) una benda sulla fronte con due fasce sospese fino al mento;
C) un filetto con cordoncini e nodi.

La donna che usciva di casa con il volto scoperto (cioè senza l'acconciatura) poteva essere ripudiata dal marito senza l'obbligo di versare la somma che, in caso di divorzio, era dovuta alla sposa in virtù del contratto matrimoniale. Come si può vedere da ciò il divorzio, nella Palestina del I sec. d.C., era praticato con molta facilità dagli uomini (e solo da esse); per le donne invece non era concesso in alcun modo ripudiare il marito.
Questa concezione si trova anche nel diritto matrimoniale. Qui vi è l’idea che l’uomo potesse violare solo il matrimonio altrui, mai il proprio. Invece la donna sposata era considerata adultera anche quando si concedeva ad un uomo non sposato. Comunque è molto difficile precisare in quale misura fosse praticato il divorzio al tempo di Gesù. Inoltre, l’applicazione e la severità delle norme variavano all’interno delle diverse scuole.

In genere si desiderava che la donna prima del matrimonio non uscisse di casa e Filone a tal proposito afferma che «mercati, consigli, tribunali, processioni festive, assembramenti di grandi folle, in breve tutta la vita pubblica con le sue discussioni e i suoi affari, in tempo di pace e di guerra, è un fatto di uomini». La letteratura rabbinica precisa che la vita ritirata delle donne, specie prima del matrimonio, era, però, rispettata solo nelle famiglie dei notabili di Gerusalemme, la donna del popolo non poteva permetterselo soprattutto per motivi di ordine economico. Il fatto che nei ceti meno abbienti, si era meno severi, si deduce dalle descrizioni delle grandi feste popolari che si svolgevano nel sagrato delle donne durante le notti della festività delle Capanne.

L'educazione delle donne si esauriva soprattutto nell'imparare  ad eseguire i lavori domestici, mentre non erano tenute allo studio della Torah, anche se erano obbligate ad osservarne i precetti. Di solito si sposavano assai giovani, fra i dodici e i quattordici anni. Il matrimonio era già considerato valido dopo il contratto ufficiale di fidanzamento fatto col padre.

La condizione della donna nell'antichità è ben descritta dalla frase di Giuseppe Flavio: «La donna, dice (la Legge), è inferiore all'uomo in ogni cosa».

Il Nuovo Testamento sulla questione della donna ha sicuramente fatto alcuni passi verso una vera «liberazione» e comunque il fatto che un gruppo di donne abbia seguito Gesù doveva apparire a quel tempo piuttosto insolito.
 
Bibligrafia:
J.Carmignac - J. Glibet-P. Grelot  - R. Le Déaut - A. Paul  Ch. Perrot, Agli inizi dell'era cristiana, in Introduzione al Nuovo Testamento, Vol I, Ed. Borla, Roma 1993.
 J. Jeremias, Gerusalemme al tempo di Gesù, Ed. Dehoniane, Napoli 1989.
 J. Gnilka, Gesù di Nazaret, Ed. Paideia, Brescia 1993.

sabato 23 settembre 2017

Diario dal Cammino (giorno 5): Storia semplice di un libro speciale


Ogni libro ha una sua storia. Ogni storia il suo libro. Questa ha inizio l'11 luglio 2017.
Dopo otto ore di cammino (in salita fino a 902 m.) arriviamo in un paesino immerso nel verde. La Faba, il suo nome, dista più o meno a 250 km da Santiago de Compostela.
Poche case, campi coltivati a fianco, una fattoria e una tienda. Nient'altro, se non l'essenziale. Un passaggio in linea con il numero di abitanti, 20. Possibilità di alloggio pochissime. Solo due albergue. Scegliamo l'unico ancora libero. Altri ragazzi arrivati dopo di noi (nel tardo pomeriggio) dormono a terra nella chiesetta vicina, giusto per avere un tetto sopra la testa. Dormire sotto le stelle, infatti, può essere romantico, a tratti avventuroso, ma se il giorno dopo devi affrontare molti chilometri (in media 30 km al giorno) non è consigliabile.


Sistemati gli zaini di fianco al letto (segno che anche oggi ce l'abbiamo fatta a trovare un posto dove dormire) ci dirigiamo tutti, o quasi, alla fontana. Niente Wi-Fi, non c'è e in quel momento ci serve altro. Ad esempio acqua gelata, toccasana per piedi malconci. Non ci conosciamo, ma sul cammino si condivide tutto: il dolore, la gioia, le tappe. Ognuno parla del proprio percorso, della propria vita, dei propri acciacchi. Si ride.
Tornando dentro casa noto all'ingresso una piccola cassetta piena di ogni cosa. Tabacco, borracce, magliette, felpe, posate, gavette e un libro. Tutti oggetti lasciati da altri pellegrini desiderosi di alleggerire lo zaino. Ci dicono che possiamo prendere quello che vogliamo.


Anna nota il libro e lo prende in mano. Il Cammino di Santiago di Paulo Coelho, legge la trama. Le piace. Pensando al peso dello zaino, però, decide di lasciarlo (forse come il pellegrino precedente). Io non ci penso due volte e di nascosto lo infilo infondo allo zaino.


Arrivati a Santiago tiro fuori il libro e lo regalo ad Anna. Un peso in meno nello zaino, di certo, non avrebbe fatto nascere un sorriso in più.
Questa è la storia semplice di un libro speciale portato in spalla per 250 km, nonostante tutto. Questo è anche il racconto di un sorriso aggiunto ai tanti altri lungo il Cammino di Santiago.
Prof. RH Plus 
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