domenica 6 marzo 2016

Cecità

"Con l'andar del tempo, più le attività di convivenza e gli scambi genetici, abbiamo finito col ficcare la coscienza nel colore del sangue e nel sale delle lacrime, e, come se non bastasse, degli occhi abbiamo fatto una sorta di specchi rivolti all'interno, con il risultato che, spesso, ci mostrano senza riserva ciò che stavamo cercando di negare con la bocca." Così José Saramago, nel suo romanzo "cecità", si esprime per descrivere l'immenso vuoto o meglio la voragine che l'essere umano scava nella propria anima quando perde di vista ciò che conta davvero. Perché, citando ancora lo scrittore portoghese, "é abitudine dell'umanità, passare accanto ai morti e non vederli." Far finta che le cose importanti non lo siano davvero.



Ci sono allora due possibilità: fare come il cieco nato del Vangelo di Giovanni (c.9), che lascia totalmente l'iniziativa a Gesù oppure come Bartimeo il cieco che grida a Gesù di liberarlo dalla sua condizione. E mentre nel primo è palese la sua rassegnazione a vivere la vita che, è bene ricordarlo, lo aveva condannato ad essere cieco dalla nascita; il secondo, Bartimeo appunto, grida aiuto proprio perché a quella condizione non si è ancora rassegnato e nonostante sia nel buio vede nella persona di Gesù la fiamma che può riaccendere la sua luce. Molte persone agiscono prettamente come nel primo caso, purtroppo, ma il "passaggio" di una persona o un evento straordinario (Gesù ad esempio) non è cosa scontata e pertanto restano lì in attesa. Un attesa, a volte, destinata a rimanere tale. Un attesa fatta di occasioni perse, rapporti logorati, vite sprecate e così via..



Del resto, citando ancora Saramago "le risposte non vengono ogniqualvolta sono necessarie, come del resto succede spesse volte che il rimanere semplicemente ad aspettarle sia l'unica risposta possibile." Ma rimanere fermi ad aspettarle a volte può essere controproducente, anzi delle volte quella luce rimane spenta per l'immobilismo a cui ci si è confinati. Un circolo vizioso dal quale è difficile uscire.



In definitiva sarà anche vero che "i buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distribuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli, infiniti, in cui non saremo più qui per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono", ma se non si ha il coraggio di aprire gli occhi e cominciare a vivere solo perché "non si può mai sapere in anticipo di cosa siano capaci le persone" chiuderemmo le porte in faccia a qualsiasi persona che vorrà portare un po' di luce nella nostra esistenza. Bisogna invece dare tempo al tempo, "è il tempo che comanda, il tempo è il compagno che sta giocando di fronte a noi e ha in mano tutte le carte del mazzo, a noi tocca inventarci le briscole con la vita, la nostra."
Prof.RH Plus

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